Finisce come peggio non poteva, soprattutto considerando come il girone di qualificazione verso Qatar 2022 era cominciato: e, perché no, considerando anche il valore delle dirette concorrenti. Squadre decisamente alla portata, nulla di eclatante, la Svizzera a fare da alter ego nel rush finale con, non raccontiamoci bugie a giochi fatti per piacere, possibilità prossime allo zero di qualificarsi direttamente. E invece no. Invece l’Italia riesce a regalare gioco, partita e incontro ai concorrenti confinanti, inanellando una serie di prestazioni a dir poco discutibili per chiudere la terribile serie con la non partita di ieri sera a Belfast, novanta minuti di irrealtà conditi da zero tiri in porta, zero idee, zero cattiveria agonistica, zero convinzione nei propri mezzi.

Chiaro, oggi è il giorno dei processi: nel calcio la riconoscenza lascia il tempo che trova. Giustamente a mio parere. Con la riconoscenza, in un mondo come quello pallonaro in continua evoluzione, non fai risultati: anche il Mancio, come prima di lui Enzo Bearzot e, in tempi più recenti, Marcello Lippi, viene colto dal raptus insistendo sulle convocazioni di calciatori che non giocano nelle proprie squadre, sono palesemente fuori forma, non ne indovinano una. Ma hanno partecipato alla clamorosa cavalcata estiva verso il titolo di campioni d’Europa, tanto basta. Questo è il peccato, la presunta, nemmeno troppo, colpa del selezionatore: affondare con i propri uomini, senza mai pensare al famoso piano B dello scontro Capello-Conte durante la passata stagione.

Mettiamo in chiaro una cosa, da subito: Roberto Mancini ha lavorato, in questi anni, come meglio non si poteva. Riuscendo a trasformare un mondo circondato da pessimismo e negatività nell’illusione di possedere una Nazionale forte, all’altezza delle grandi d’Europa. L’Italia, per chiarire, non appartiene al gotha mondiale del pallone ma nemmeno al poco, pochissimo, ammirato ieri sera. È una buona squadra con discreti interpreti, alcuni ottimi, altri normalissimi pedatori assurti al ruolo di campioni con un comune denominatore: il gioco. Far girare la palla, far correre l’avversario di turno per colpire, pressare da subito alla ricerca del possesso immediato con annessa verticalizzazione. E, giusto per chiarire un altro punto, l’Italia merita in maniera totale il titolo di cui si fregia attualmente: vero, ottenuto battendo i famigerati rigori ma, se con la Spagna gli dei del pallone ci avevano gettato uno sguardo compiacente, nella finale contro i padroni di casa inglesi la lotteria dagli undici metri è arrivata al termine di centoventi minuti condotti dagli azzurri, coi britannici a guardare senza mai impensierire Donnarumma, oggi ombra dell’estremo ammirato in estate. I rigori ci hanno dato, tanto, i rigori ci hanno tolto, tanto. Ecco, se trovo una responsabilità del Mancio è quella di aver permesso a Jorginho, irriconoscibile da settembre a oggi, di battere dagli undici metri a Roma. Il ragazzo era palesemente fuori partita e consentirgli di andare sul dischetto è stato un errore grave per un allenatore della sua esperienza.

La Nazionale di oggi, dicevamo, è fasulla: figlia di stanchezza, assenze, scelte sbagliate, perché ci sono state, errori e orrori commessi da chi va in campo, non mi vedo proprio Mancini dire ai suoi esterni non puntate mai l’avversario o non tirate mai in porta. Casomai è mancata la mentalità della grande squadra, che speravo tanto luglio ci avesse regalato come conseguenza di quell’impresa. Preferisco pensarla come il tecnico jesino: andiamo al mondiale e, magari, lo vinciamo pure.

Per ora andiamo ai play-off: meritatamente, perché di tutta questa paradossale situazione non possiamo incolpare nessuno se non noi stessi.

Irriconoscibili.