Di Redazione William Hill News
Aggiornato: 30 Luglio 2026
Il nuovo corso azzurro è iniziato da dove ci si attendeva: dalle scuse. Nella sala conferenze della FIGC di via Po, Roberto Mancini ha aperto il suo secondo capitolo da ct affrontando di petto la ferita del 2023, mentre al suo fianco Claudio Ranieri ha disegnato il cantiere del calcio italiano che lo aspetta da direttore tecnico. A fare gli onori di casa un Malagò che ha ricordato a tutti la dimensione del problema: l’Italia non gioca una partita della fase finale di un Mondiale da vent’anni, dalla notte di Berlino del 2006. Entro il weekend l’annuncio della terza figura del progetto, con Zola in pole.
Il mea culpa del Mancio: “Spero che i tifosi mi perdonino”
Il passaggio più atteso è arrivato subito, senza bisogno di domande. “La maglia azzurra è come la donna della vita: se la perdi, vuol dire che hai sbagliato qualcosa”, l’immagine scelta da Mancini per raccontare l’addio del 2023 verso l’Arabia Saudita, su cui ha ammesso i propri errori parlando di una “mancanza di comunicazione” con l’allora presidente Gravina che un confronto a quattr’occhi avrebbe potuto sanare. Il ct non si è nascosto nemmeno davanti allo scetticismo di una parte della piazza: “Capisco che ci sono quelli contro, cercherò di far giocare talmente bene l’Italia che spero mi perdonino”. C’è stato spazio per un pensiero commosso a Gianluca Vialli (“ci fosse stato lui, forse non sarebbe accaduto nulla”) e per i primi punti del programma tecnico: fiducia ai giovani, un’Italia che punti sul gioco, un orizzonte di quattro anni e un attacco da rilanciare, con l’auspicio che Kean e Retegui ritrovino il feeling col gol dei tempi migliori. Con una rivelazione che vale più di tante analisi: “Donnarumma mi ha scritto per dirmi che questo era quello che la squadra voleva”.
Ranieri in modalità cantiere: “Scuole calcio troppo care, riconquistiamo i tifosi”
Se Mancini ha parlato da allenatore, Ranieri ha parlato da architetto. Il neo direttore tecnico e presidente del Club Italia, “sorpreso” di trovarsi lì a 74 anni, ha messo sul tavolo i dossier strutturali che considera la vera partita: i costi delle scuole calcio (“non è possibile che costino così tanto, dobbiamo abbassare i prezzi, non possiamo permetterci che i bambini non pensino al calcio”), il salto troppo largo tra Under 21 e Nazionale maggiore e il ritorno alla tattica individuale, un patrimonio tecnico che secondo Sir Claudio i giovani allenatori italiani hanno smesso di curare. I suoi obiettivi stanno in una frase: “Far innamorare i tifosi della Nazionale e permettere ai bambini, come mio nipote di 12 anni, di tornare a vedere l’Italia ai Mondiali”. Un ruolo, il suo, già riconosciuto anche fuori dai confini, con la chiamata del segretario generale UEFA per un tavolo con le federazioni più prestigiose d’Europa.
Il contorno: la terza figura, lo staff e la pressione su via Po
Attorno ai due protagonisti, la giornata ha lasciato altre indicazioni. Malagò ha confermato che entro il fine settimana verrà annunciata la terza figura del progetto, il dirigente delle squadre nazionali sul modello Riva-Buffon con delega al coordinamento delle giovanili: il nome in pole resta quello di Gianfranco Zola. In arrivo anche lo staff tecnico del ct, dove si rivedranno volti noti del ciclo dell’Europeo. Il presidente federale ha infine provato a leggere il clima incandescente di questi giorni come un segnale di vitalità (“sono stupefatto che a tutti i livelli si sia detto qualcosa: siamo contenti di stare sotto questa lente”), ma la sostanza l’ha fissata lui stesso in apertura, con il peso di tre Mondiali saltati e di vent’anni senza una partita nella fase finale. La riconquista parte da qui: dalle scuse di un ct che vuole riscattarsi e da un ‘architetto’ che promette di sistemare le fondamenta.
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