Il calcio italiano ha perso uno dei suoi giganti. Franco Baresi è morto nella notte a 66 anni, dopo aver lottato per due giorni contro le complicazioni della malattia polmonare che lo aveva colpito un anno fa. L’annuncio è arrivato dal Milan, il club della sua unica, intera vita sportiva, con tre parole che valgono un monumento: “6 Per sempre Capitano”. Se ne va il ministro della Difesa, il Kaiser Franz italiano, il ragazzo di Travagliato che ha attraversato vent’anni di storia rossonera indossando una sola maglia e alzandola più in alto di chiunque altro.

La malattia e le ultime ore: l’ultima immagine a San Siro, per le Olimpiadi

Baresi combatteva da un anno. Nell’agosto 2025 il Milan aveva comunicato l’asportazione di un nodulo polmonare individuato durante controlli di routine, con un intervento riuscito che non è però bastato a fermare la malattia. Martedì il ricovero, con condizioni apparse subito gravi, e due giorni sospesi in cui il mondo del calcio ha trattenuto il fiato, tra notizie premature della scomparsa circolate mercoledì sera e smentite con durezza dal club, di cui era vicepresidente onorario. Le sue uscite pubbliche si erano diradate, ma restano due immagini a raccontare l’ultimo anno: il “viva la vita” scritto sui social nel novembre scorso, testamento di un uomo che non ha mai smesso di lottare, e la partecipazione, affaticato ma sorridente, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina a febbraio, davanti a uno stadio gremito e al mondo collegato. Il Milan l’ha ricordata così: “L’ultima grande, orgogliosa immagine di sé”.

Una maglia sola, una carriera irripetibile

Nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, nel Bresciano, due anni dopo il fratello Giuseppe che sarebbe diventato bandiera dell’Inter, Franco arrivò al Milan da ragazzino con il soprannome di “Piscinin”, il piccolino. Esordì in prima squadra nel 1978, a 17 anni, e da lì non se ne andò più: lo scudetto della stella nel 1979, la dignità nelle due stagioni in Serie B negli anni più bui, la fascia di capitano a 22 anni, poi la rinascita berlusconiana e il Milan degli Invincibili di Sacchi e Capello, di cui fu il perno difensivo e la coscienza. Il bilancio dice sei scudetti e tre Coppe dei Campioni, oltre 700 presenze e un secondo posto al Pallone d’Oro 1989 dietro Van Basten, ma i numeri non bastano a spiegare cosa fosse Baresi in campo: la linea difensiva era lui, il fuorigioco era il suo braccio alzato, la leadership un fatto di presenza prima ancora che di parole. Il Milan ha ritirato la sua maglia numero 6: nessuno l’ha più indossata, nessuno la indosserà mai.

L’azzurro, il rigore di Pasadena e il cordoglio di tutti

Con la Nazionale Baresi ha vissuto tutto: campione del mondo a 22 anni in Spagna, nel 1982, da giovane aggregato al gruppo degli eroi di Bearzot, poi leader della squadra del bronzo di Italia ’90 e capitano a USA ’94, dove scrisse la pagina forse più eroica della sua carriera: operato al menisco durante il torneo, tornò in campo per la finale di Pasadena appena 25 giorni dopo, giocando una partita immensa contro il Brasile prima del rigore sbagliato che ancora oggi commuove più di mille trionfi. Il cordoglio è unanime: dal comunicato struggente del Milan (“la perdita di un battito del nostro cuore, di uno dei respiri della nostra anima”) ai messaggi arrivati da tutti i club italiani, rivali comprese, con il Napoli di De Laurentiis e Allegri tra i primi a stringersi alla famiglia rossonera. Perché Baresi, come ha scritto il suo Milan, “è per sempre”: un modo di stare in campo e nella vita che il calcio italiano ha il dovere di non dimenticare.