Domenica 18 gennaio all’una di notte si alza il sipario sul primo Slam dell’anno, e da lì in poi Melbourne diventa un’abitudine: 01:00–08:30 circa per la sessione “diurna” australiana, poi di nuovo dalle 09:00 in avanti per la sessione serale sui campi principali. È un fuso che ti costringe a scegliere: o fai il nottambulo, o ti svegli con il tennis già acceso.

In questo contesto, il tabellone maschile e quello femminile non sono due storie parallele: sono due romanzi con lo stesso tema, la stessa domanda di fondo. Chi comanda adesso? E soprattutto: chi regge due settimane di pressione, caldo e cinque set (o tre set tirati) su un cemento che non perdona i cali di attenzione?

Il tabellone maschile: Alcaraz in alto, Sinner in basso. E il torneo prende forma

Il sorteggio ha distribuito ambizioni e rischi in modo molto netto. Carlos Alcaraz, testa di serie numero 1, si trova nella parte alta del tabellone. Jannik Sinner, numero 2 e campione in carica, è nella parte bassa. Questa divisione è la premessa del classico finale annunciato che, però, agli Australian Open spesso non arriva mai “pulito”: il torneo è pieno di trappole e incroci che non vanno mai sottovalutati.

Alcaraz parte contro Adam Walton, wild card australiana: partita che, sulla carta, serve a prendere confidenza con lo Slam e con l’ambiente. Il punto vero, però, è cosa succederà dopo, quando la strada si riempie di giocatori che ti costringono a giocare “male” e a vincere lo stesso. In prospettiva ci sono zone del tabellone dove possono affacciarsi nomi come Tommy Paul o Davidovich Fokina e, più avanti, un quarto teorico che può passare da de Minaur o Rublev, con un elemento che in Australia è sempre una mina: Bublik, talento intermittente ma capace di rendere una partita ingestibile se prende fiducia.

Sinner, invece, è l’uomo su cui si misura tutto. Arriva da due titoli consecutivi a Melbourne e cerca il tris, una cosa che, detta così, sembra semplice ma in uno Slam è quasi un’assurdità statistica: significa tenere la testa ferma per due settimane mentre tutto intorno cambia. L’esordio contro Hugo Gaston è uno di quei primi turni “fastidiosi”: mancino, variazioni, palle corte, ritmo spezzato. Non è il tipo di match in cui fai highlights: è il tipo di match in cui devi evitare che la partita diventi un terreno di sabbie mobili.

E poi c’è la proiezione che fa rumore: Sinner–Djokovic in semifinale, un possibile incrocio che da solo basterebbe a definire un torneo. Djokovic entra da testa di serie numero 4 e cerca il 25° Slam: a 38 anni, ogni partita lunga diventa una domanda sulla tenuta, ma a Melbourne lui resta sempre un’incognita che può far paura ad ogni avversario che gli si para davanti. Dall’altra parte, Zverev (testa di serie n.3) è una presenza che pesa nella metà di Alcaraz: debutta con Diallo, un gigante al servizio, e capisci subito che il suo torneo non prevede passeggiate.

Gli italiani nel tabellone maschile: Sinner, Musetti e un primo turno che è già pesante

La sensazione, quest’anno, è che l’Italia non si presenti più “con un nome e speranze diffuse”: arriva con una vera e propria struttura. Sinner è ovviamente il perno, ma attorno c’è un gruppo che può fare rumore già nei primi giorni.

Lorenzo Musetti, testa di serie n.5, debutta contro Raphael Collignon e porta con sé una prospettiva narrativa perfetta: il derby possibile con Lorenzo Sonego al secondo turno. Se succede, è una di quelle situazioni in cui il tennis si fa spietato e bellissimo insieme: un italiano elimina un italiano, ma l’Italia porta comunque un giocatore avanti e consolida la propria presenza nel tabellone. E se Musetti prende quota, il tabellone lo porta a un orizzonte enorme, quello di un quarto teorico contro Djokovic: non è una previsione, è una mappa possibile.

Poi c’è la partita che, in un altro Slam, sarebbe da seconda settimana e qui invece è un colpo secco al primo turno: Matteo Berrettini contro Alex de Minaur (n.6). Berrettini non è testa di serie e paga il ranking, de Minaur gioca in casa e ha un pubblico pronto a trasformare ogni scambio in un acceleratore. È il classico match di contrasti: servizio e dritto contro velocità e difesa, la necessità per Berrettini di comandare e accorciare, il bisogno di de Minaur di allungare e far diventare tutto scomodo. È una partita che, se la guardi, capisci subito che l’Australian Open non aspetta nessuno: o entri nel torneo da protagonista, o ne esci prima ancora di averlo iniziato.

Il resto del gruppo azzurro è un misto di opportunità e sorteggi cattivi. Cobolli (testa di serie n.20) parte con un qualificato (Arthur Fery) e qui la parola chiave è una sola: sfruttare il varco. Darderi (n.22) contro Garin è un match da “adattamento al cemento”: chi riesce a imporre il proprio schema senza tradire la propria natura fa strada. Arnaldi pesca Rublev: un debutto durissimo, perché Rublev è uno di quelli che ti tolgono tempo e ti chiedono di essere perfetto. Bellucci trova Ruud, altro incrocio pesante. Nardi contro Yibing Wu è, invece, una di quelle partite che possono diventare un trampolino se gestite bene.

Qui è disponibile l’intero tabellone maschile.

Il tabellone femminile: Sabalenka, Swiatek, Gauff e un torneo che non concede transizioni

Se il maschile sembra una lotta di potere tra due (con Djokovic sempre pronto a rovesciare il tavolo), il femminile ha una gerarchia più ampia ma altrettanto tagliente. Aryna Sabalenka è la n.1, Iga Swiatek la n.2, Coco Gauff la n.3. E già qui la storia si scrive da sola: tre stili diversi, tre modi diversi di vincere, tre modi diversi di reggere lo Slam.

Sabalenka apre contro una wild card: potenza e controllo, l’idea di “mettere subito paura” al torneo. Swiatek, invece, è quella a cui il tabellone sembra chiedere subito la versione migliore: lungo la strada può incrociare nomi pesanti, e le proiezioni la portano verso zone dove la partita diventa anche matchup tecnico, non solo ranking. Gauff parte con Rakhimova, ma soprattutto porta con sé un potenziale momento-evento: la possibilità di incrociare Venus Williams al secondo turno. Anche solo l’ipotesi è materiale da Australian Open puro: arena piena, racconto generazionale, tensione mediatica che supera il punteggio.

Le italiane: Paolini non è più “la sorpresa”, è una testa di serie che può spostare il torneo

E qui arriviamo al punto che mancava: l’Italia nel femminile non è un dettaglio. Jasmine Paolini è testa di serie n.7 e a Melbourne entra con una credibilità da top player. Il suo primo turno è contro Aliaksandra Sasnovich, qualificata esperta e capace di partite “strane”, ma il vero tema è un altro: Paolini è nel quarto di Sabalenka. Significa che, se il torneo si incastra nel modo giusto, può diventare una storia enorme: l’azzurra a giocarsi un pezzo di Slam contro la numero 1.

Dietro Paolini ci sono altre presenze azzurre che rendono la spedizione più concreta: Cocciaretto esordisce contro Julia Grabher, incrocio che può aprire spazio e fiducia, mentre nel quadro delle qualificazioni Bronzetti si è fermata al turno decisivo, eliminata da Sloane Stephens.

E poi c’è un territorio in cui l’Italia può essere davvero “da titolo”: il doppio, dove Errani/Paolini hanno qualità e intelligenza tattica per fare molta strada anche sul cemento australiano.

Qui è disponibile il tabellone femminile.